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I pugni in tasca: la rabbia e l’impotenza

[Quest’articolo partecipa al contest della Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro, un’iniziativa diretta a tutti i blogger realizzata per omaggiare i vari ospiti che negli anni sono stati presenti all’evento. Per votare il mio articolo, è sufficiente chiedere l’amicizia alla pagina ufficiale di Facebook del festival (che l’accetterà dopo breve tempo) e cliccare mi piace sul post di questo articolo. Avete tempo fino a domenica sera stavolta… ]

“I pugni in tasca” non sono solo quelli del giovane Bellocchio e dei suoi dolori. Il successo riscosso dall’ottima opera prima è probabilmente dovuto al fatto che più di una generazione si è ritrovata spesso a dover stringere i propri pugni in tasca, nella rabbia di un contesto familiare asfissiante, ma al tempo stesso nell’incapacità e nell’impotenza di trovare una soluzione che ponga fine alle proprie sofferenze. In realtà Sandro (Lou Castel), il protagonista, una soluzione la trova, ed è quella rapida della violenza. Una scorciatoia, questa, che altro non è che una strada senza uscita, se non quella dell’epica e plateale uscita di scena finale. Il rapporto amore/odio con la propria famiglia è qualcosa di così forte che Sandro, temendo che esso sia un ostacolo alla propria (strabordante e narcisistica) identità, realizza il desiderio di reciderlo di netto, nella falsa speranza di non sentirsi più strattonare da esso. Nel corso della sua folle “operazione di liberazione”, hanno luogo però degli avvenimenti inaspettati: impossibile non notare il fatto che sua sorella Giulia, dopo la morte della madre, ne prende immediatamente, oltre che la sua solita sedia,  sembianze e pettinatura, sembrando più vecchia e somigliandole anche in quella arrendevolezza che la caratterizzava. A diffenza della costanza del rapporto di Truffaut con Antoine Doinel, il giovane Bellocchio, che qui è sostenuto dalle abili mani del montaggio di Silvano Agosti (la cui influenza è andata ben oltre il montaggio investendo l’intero stile del film, diverso dai successivi dell’autore di Bobbio), è costretto ad abbandonare molto presto il proprio impietoso alter-ego poiché estremamente distruttivo senza sfiorare qualcosa di propositivo e umano. Sarà il fratello del protagonista, molto più concreto e meno impulsivo, a cambiare davvero lo stato delle cose di quell’esistenza immobile: sarà infatti l’unico ad andarsene davvero. La spirale di violenza di Sandro, invece, non può che chiudersi su se stessa e portare ad una lenta agonia autodistruttiva. Ed è perciò chiaro che da “I pugni in tasca” emerga un ritratto della ripetitività delle dinamiche familiari borghesi, connotate da un forte senso di morte, simbolizzato dal ricorrente tragitto casa-cimitero-casa nel corso del film. Una cosa è certa: dopo averlo visto, viene subito voglia di controllare se nelle tasche, dove nessun altro può controllare, si abbiano o meno i pugni stretti.

9 commenti su “I pugni in tasca: la rabbia e l’impotenza

  1. Excellent! Mi spiace di essere allergica a facebook, ti chiedo venia, perché quest’articolo merita davvero.Porta a fare anche un’autoanalisi oltre a immergerti nelle dinamiche da gioventù bruciata del film. La famiglia è un tema universale, la culla di ogni bene e ogni male, uno fonte di spunti continui per chi deve scrivere in qualsiasi forma.Un vero vaso di Pandora.
    Fingers crossed!!

    • Grazie carissima. Sono comunque davvero felice dell’appoggio🙂
      Anche io credo che la famiglia e la propria storia personale siano fondamentali: per capire dove si sta andando è indispensabile capire da dove si è venuti😉

  2. Bellissimo film e ottima recensione come al solito. Brava, Emerald!
    Ho votato!😀

  3. Pellicola destabilizzante e rivoluzionaria,durante la visione è impossibile non lasciarsi conquistare da quel desiderio di violenza purificatrice e onnivora,senza alcun riscatto.
    Silvano Agosti è anche uno dei miei registi preferiti,ma è un particolare che condivido con la mia ombra visto che è davvero impressionante come questo grande autore non sia così presente nei deliri della critica ggggiovane.Troppo impegnata ad esaltare i nostri peggiori mestieranti con mille assurde scuse

    • Tra l’altro Agosti è davvero bravissimo nel montaggio, oltre al fatto che possiede una grande visione d’insieme degna degli altri grandi autori del cinema. E’ davvero vergognoso che sia così poco conosciuto, infatti forse dovrei fare un articolo su qualche suo film, per rendergli giustizia. Tra l’altro secondo me senza l’aiuto di Agosti che gli ha sistemato il film con il suo montaggio, credo proprio che Bellocchio non sarebbe andato da nessuna parte… Non a caso i suoi film odierni non hanno alcun ritmo e si vanno arenando, nonostante ci siano buone idee di partenza. Sono diventati due autori diametralmente opposti: Bellocchio è diventato schiavo, come tanti, delle logiche di produzione, mentre Agosti non si è mai piegato e ha sempre rispettato la sua poetica e la sua libertà d’artista. La conversione di Bellocchio all’anti-freudianesimo non commentiamola che è meglio… Grazie che uno vuole ammazzare la madre & co, se gli piace sguazzare nell’ignoranza😄

  4. bello bello. mi piace la tua osservazione. buonafortuna!
    non ho visto il film. provvederò.

    • Grazie, grazie🙂
      E benvenuto/benvenuta sul blog!
      I pugni in tasca è un po’ pesante, però istiga molto la riflessione, anche grazie al mitico Silvano, come ho già scritto sopra in qualche commento…

      Un caro saluto!

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