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A proposito di Davis e dei fratelli Coen: il gatto, il caso, il folk, l’odissea

Un giorno Joel mi ha detto: ‘Che ne pensi di questo? Sembra l’inizio di un film… Un cantante folk viene picchiato nel vicolo dietro il Gerde’s Folk City’. Abbiamo immaginato la scena, e poi abbiamo pensato: ‘perché qualcuno dovrebbe picchiare un cantante folk ?’ Da quel momento la questione è diventata cercare di farsi venire in mente una sceneggiatura, un film che funzionasse con quella scena e che spiegasse l’incidente”. (Ethan Coen)

Inside Llewyn Davis Approfondimento

E’ grazie a questa “confessione” riguardante la genesi di Inside Llewyn Davis (in Italia A Proposito di Davis) che molti verranno a sapere che, nonostante ciò lo schema da seguire professato dalla maggior parte delle scuole di cinema e scrittura cinematografica (idea-soggetto-sceneggiatura), due tra i più grandi registi contemporanei viventi tendano invece a scrivere i loro film partendo da un’immagine, intorno alla quale poi pensano un film in cui essa sia giustificata. A ciò seguono le ricerche del caso e lo sviluppo di soggetto e sceneggiatura. Tra l’altro i fratelli Coen, come affermano nella recente intervista concessa recentemente a Paolo Sorrentino, rileggono le scene che hanno scritto solamente dopo averle stampate e a quel punto si interrogano senza sosta se quelle scene funzionano o meno: in caso negativo le riscrivono e le ristampano nuovamente. Vista la metologia di scrittura così libera, sembra decisamente non essere un caso se i film scritti da Joel e Ethan Coen sono – praticamente sempre – così peculiari, riconoscibili ma al tempo stesso seguono uno svolgimento per nulla impostato/forzato, ma al contrario “naturale” e al tempo stesso inaspettato per la storia raccontata. E ciò vale chiaramente anche per Inside Llewyn Davis, la cui struttura sembra avere una natura davvero molto randomica: come suggerito dall’elemento dell’adorabile gatto rosso (semi-randagio appunto), l’ultimo film dei Coen è sicuramente “un’Odissea” in quanto è una serie di fatti che si susseguono l’uno dopo l’altro, in un peregrinare, in un lungo viaggio senza sosta e vero riposo, alla ricerca di un’identità che si va costruendo sulla strada, incontrando e confrontandosi con i personaggi più diversi. Non a caso il nostro Lewyn è un maestro antelitteram del “couchsurfing”, ovvero l’arte dell’arrangiarsi e del dormire sui divani altrui.

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Llewyn Davis, nome che richiama vagamente quello di Dylan, è perfettamente ascrivibile alla incredibile galleria di personaggi proposta dai fratelli Coen nel corso della loro filmografia, a cominciare dallo scrittore Barton Fink, il quale, nonostante la sua bravura, fatica ad ambientarsi nel contesto un po’ decadente della Hollywood degli anni Quaranta, in grado di proporgli solo uno squallido film sul wrestling, identico a mille altri. Entrambi sono quel tipo di looser dotato di una discreta dose di supponenza, in quanto consapevoli del proprio valore anche se non viene riconosciuto dalla società in cui vivono, una caratteristica che non può renderli propriamente simpatici fin dall’inizio: l’empatia nasce piuttosto dalle vicissitudini non positive a cui vanno incontro, sia per caso, sia perché magari precorrono i tempi, sia a causa del fatto che c’è sempre chi è pronto ad approfittare di questa loro posizione non favorevole, se non ad umiliarli direttamente.

Il personaggio di Llewyn Davis, o meglio la musica che suona in realtà, è stato ispirato ai due registi da Dave Van Ronk, musicista e cantautore folk che ha spesso ospitato Bob Dylan sul suo divano ma che non è mai diventato veramente famoso. Alcuni fatti, come il disperato viaggio a Chicago per l’audizione, sono realmente accaduti a Van Ronk e sono descritti nella sua autobiografia “The Mayor of MacDougal Street”, edita in Italia con il nome “Manhattan Folk Story”. A proposito di Davis ci catapulta in questa epoca e contesto musicale – poco conosciuti e messi in scena – del Greenwich Village dei primissimi anni Sessanta, poco prima che ci fosse l’esplosione di successo del folk e di Bob Dylan come cantautore. In questa fine di epoca beatnik a comandare sulla scena musicale era ancora il jazz, rappresentato dall’insopportabile e problematico personaggio interpretato dal mitico John Goodman: per i musicisti folk c’erano poche briciole da raccogliere, soprattutto in alcuni localini del Village appunto, dove si veniva pagati con le mance raccolte nei “basket” (cestini) e dove poteva essere molto difficile a causa del chiasso esibirsi in una performance decente.

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Performance è la parola chiave di questo film e di questa generazione di amanti del folk: in A proposito di Davis assistiamo senza annoiarci a intere performance di brani non tagliati in montaggio ed effettivamente suonati dal vivo, cosa che di norma viene evitata come la peste, come una regola non scritta. Ciò è stato possibile grazie alla bravura degli interpreti, in particolare a quella del protagonista Oscar Isaac, che ha frequentato la celebre scuola di musica Julliard e che era più che perfetto per il ruolo in quanto ottimo musicista e per nulla somigliante alla figura che maggiormente ha ispirato il personaggio. Il punto è proprio che Van Ronk e questi altri musicisti degli anni Cinquanta/Sessanta di cui i Coen delineano il piccolo mondo, non volevano tanto esser conosciuti come autori di canzoni: erano più interessati al lato di esecutori del repertorio della tradizione americana blues da riscoprire, da diffondere e da reinterpretare in un maniera che fosse più vicina possibile a quella originale, di modo che non tradisse la semplicità e l’importanza dei messaggi e dell’espressività veicolata in essa che rimandava direttamente alla schiavitù e alla cultura afroamericana.

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Più che alla personalità di Dave Van Ronk, Llewyn Davis rappresenta un sunto di tutto questo sentire: lui va alla riscoperta però anche della molto meno conosciuta tradizione anglosassone, cosa che lo fa andare ancora più controcorrente all’interno della stessa nicchia folk. Al tempo stesso si rende conto che avere successo non sarebbe male e si ritrova sempre in bilico tra necessità economiche e artistiche, tra l’incisione per un paio di banconote da cento dollari della banalotta folk pop “Please, Mr. Kennedy” e la bellezza incompresa e antica, che non frutta denaro, di “Shoals of Herring”, dalla tradizione celtica (Llewyn è di origini metà gallesi, metà italiane).

In un’epoca come quella contemporanea in cui i dogmi del determinismo neoliberista, dall’apice degli anni Ottanta, vanno scricchiolando sempre di più sotto il peso della crisi e del mercato – e si cercano dunque sempre più disperatamente certezze anche al cinema (vedi Wolf of Wall Street)- ci volevano due maestri come i fratelli Coen per avere il coraggio di ribadire il ruolo di molti altri fattori nel gioco del successo, oltre al proprio talento: anche in un posto e in un periodo che immaginiamo da sogno come il Greenwich Village, un musicista di grande talento ma che suona un genere che non va ancora davvero di moda a quel tempo e che non vuol scendere a compromessi può anche non avere la vita facile.

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