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This must be the place di Sorrentino: un padre non può fare a meno di amare suo figlio

Molto furbesca locandina che rimanda ad Almodòvar e al transgender

Cheyenne è una rock star sul viale del tramonto, ha pettinatura e trucco alla Robert Smith dei Cure ma cammina a passettini come Ozzy Osbourne. Vive in una megavilla a Dublino con la moglie Jane, molto annoiato e un po’ depresso. La gente per strada spesso si prende gioco di lui, ma non riesce comunque a liberarsi della sua maschera di trucco e parrucco, che lo protegge dal mondo e gli ricorda quando saliva sul palco, negli anni Ottanta, all’apice del successo con la sua band. Un giorno gli arriva la notizia del padre morente negli Usa, ma avendo paura di prendere l’aereo, parte per nave e non fa in tempo a condividere i suoi ultimi istanti. Scopre però che il padre, con cui non ha mai avuto un buon rapporto, è stato in un campo di concentramento e che ha passato tutta la vita a cercare l’ufficiale nazista che lo aveva umiliato, senza trovarlo. Cheyenne così decide di partire, forse per vendicare il padre, chissà, alla ricerca di questo Aloise Lange in un on the road attraverso gli Stati Uniti, dove farà una serie di incontri, ognuno dei quali gli farà capire qualcosa. Infatti “la solitudine è il luogo dei risentimenti”: solo confrontandosi con gli altri riuscirà a perdonarsi diverse cose e a cercare di ricominciare da capo. Una colonna sonora molto british-pop e accattivante, forse un po’ troppo a tratti, correda la pellicola. Sono presenti ben due attori cult dei fratelli Coen: Frances McDormand, la moglie, e Judd Hirsch, il cacciatore di nazisti. Quest’ultimo ha un buon affiatamento a livello di recitazione con Sean Penn/Cheyenne e sarà molto presente nella seconda parte del film, quella on the road, che è indubbiamente la migliore, la più sincera e anche la più ritmata. Difetto di questo film è infatti l’eccessiva lentezza del primo tempo, in cui si può tranquillamente avere la sensazione che la macchina da presa sia in preda all’ansia e non possa fermarsi un istante… A volte penso che Sorrentino scelga appositamente personaggi “affetti” da noia e solitudine (ai quali non succeda nulla per metà del tempo), di modo che la sua regia possa essere protagonista indiscussa per buona parte della pellicola. Lo stesso poco-niente succede al protagonista delle Conseguenze dell’amore. Questo vuoto diventa pretesto per fare una ripresa fissa per due minuti contati di una persona che scorre immobile su un tapis roulant oppure fiumi di carrellate su Toni Servillo che fuma e pensa. Nella seconda parte di entrambi i film, quando la questione si fa più seria, la svolta più vicina e c’è meno da gigioneggiare, la regia di Paolo Sorrentino si fa più attenta alla narrazione e sembra che la macchina da presa sia meno tarantolata e narcisista, tutto d’un tratto. Virtuosismi registici a parte, la prima pellicola americana del regista si dimostra un buon lavoro nel complesso, nonostante la disparità di godibilità dei due tempi. This must be the place è un film intelligente, che ci fa capire quanto pesino i conflitti non risolti con i propri genitori nel formarsi dell’identità di una persona, che sia essa sociale, sessuale, caratteriale e chi più ne ha più ne metta.

Cheyenne ha creduto per tutta la vita che il padre non l’abbia mai amato a causa del suo modo di vestire e comportarsi, e ha vissuto male con questo peso e giudizio sulle spalle. Una volta capito che ciò non corrispondeva assolutamente a verità e trovato una sorta di padre sostitutivo in Judd Hirsch, Cheyenne può finalmente superare la paura di prendere l’aereo e tornarsene a casa, a Dublino, ma stavolta senza parrucca e anfibioni. Di quei vecchi segnali d’aiuto e di protesta giovanile non ha più bisogno: ora si sente meno diverso perché più accettato, riesce a sorridere perché in fondo ha semplicemente sostituito la sua vecchia immagine pop, iconizzata e cristallizzata dal tempo, per la quale veniva amato e riconosciuto dai fans, con un’immagine che somiglia di più a se stesso. Come omaggio al suo passato glorioso di rockstar si concede solamente un’ombra di trucco intorno agli occhi.


Sinceramente preferisco This must be the place a Le conseguenze dell’amore: il messaggio è indubbiamente più edificante e anche la fotografia è di certo più gradevole. Nelle Conseguenze il protagonista Toni Servillo-Titta non pare avere una vera e propria evoluzione né in positivo né in negativo: il suo avvicinamento agli altri, a una ragazza (Olivia Magnani) nel suo caso, viene posto come una sorta di suicidio/cronaca di una morte annunciata fin dall’inizio e lo dice il titolo stesso.  Eppure sono entrambi uomini mezza età e con un passato pesante, senza famiglia, depressi, che fanno uso di sostanze stupefacenti o ne hanno fatto: tutte caratteristiche che li accomunano. Forse, in fin dei conti, aveva ragione Woody Allen in Melinda & Melinda:

“Adesso vi racconto una storia e voi mi dite se è materiale per una commedia o per una tragedia: siamo a una piccola cena, gli ospiti vogliono far colpo su uno degli invitati. A un tratto suonano alla porta e come dal nulla si materializza una persona inaspettata…”

“Uomo o donna?”

“Donna. Ora vi do tutti i dettagli e voi ditemi: commedia o tragedia. Dunque la donna entra e tutti restano sorpresi, soprattutto l’ospite, la donna ha un problema particolare…”

1)”Mio dio! E’ da morire dalle risate, piomba lì senza preavviso mentre stanno cenando! Quello che hai appena detto è materiale per una romanticissima commedia”

2)”Ma stai trascurando le implicazioni tragiche, i grovigli che suggerisce… No, io vedo la cosa in modo diverso: vedo una figura solitaria, una donna che magari è appena scesa da un pullman, si porta dietro una grossa borsa, forse sta cercando nervosamente un indirizzo”…etc

Questo è solo l’inizio del film che poi prosegue come esperimento di due film paralleli, uno comico e uno tragico, con il medesimo soggetto. Ora veniamo a noi. Nel caso dei due film di Sorrentino siamo di fronte a soggetti con protagonisti con caratteristiche simili ed sembra essere soprattutto il genere del film a determinare l’andamento della storia: lieto fine o morte del protagonista sono semplicemente due eventualità parallele in due generi filmici opposti. Alla fine non è tanto la storia in sé ad essere tragica, o comica. Il tono e il modo di raccontare di una vicenda possono cambiare tutto: magari Toni Servillo potrebbe essere un napoletano cianciarone che combina scaramucce con la mafia e che come segreto ha quello di farsi qualche canna, oppure, al contrario, l’on the road di Cheyenne poteva avere un finale tragico, come Into the wild e altre decine di film sui viaggi: dipende tutto dalla caratterizzazione dei protagonisti(se sono buffi o meno), dalla fotografia, dal montaggio, dai costumi e dal pensiero e storia personale di chi sviluppa la sceneggiatura. Da una serie di caratteristiche “tipiche” che il film ci dà e che noi riconduciamo a un certo genere, più o meno intuiamo già come va a finire e questo ci dà sicurezza, oppure ansia e vana speranza. Guardando la chioma di Cheyenne e la sua tenerezza difficilmente si poteva immaginare un finale tragico, mentre dallo sguardo cupo e smorto di Servillo che si fa trasportare dalla corrente delle scale mobili è difficile sperare qualcosa di buono.

5 commenti su “This must be the place di Sorrentino: un padre non può fare a meno di amare suo figlio

  1. Non sono del tutto d’accordo. Considero “Le conseguenze dell’amore” il miglior film italiano degli anni 2000. Contrariamente a “This Must be the place” mi pare che l’estetica della “messa in scena” sia piuttosto armonica alla vicenda narrata, la quale – ti dirò – a me ha convinto molto di più del film con Penn, perchè presenta un aspetto “thriller” che sta in piedi molto bene e che avvince dall’inizio fino al punto in cui il mistero viene svelato. “This Must be the Place” racconta di un viaggio di formazione, sicuramente affascinante (anche grazie all’interpretazione di Penn), ma che però mi pare anneghi un pò dentro i virtuosisimi visivi di Sorrentino.
    Quanto poi alla tua considerazione finale, è vero che parliamo di due personaggi che hanno dei punti in contatto, ma al tempo stesso però non dimentichiamoci che presentano alcune sostanziali differenze. Ed evidentemente – visto che tu parli di messaggi più o meno edificanti – non è un caso che un finale tragico sia il destino di chi comunque abbia deciso di condurre larga parte della propria esistenza al di fuori della legge.

  2. Ti dico quello che penso, ma penso che già si è capito. Le conseguenze mi è parso uno di quei film confezionati per i festival, e non per forza nel senso buono del termine: credo che i virtuosismi li avesse un po’ contenuti perché piacciono ma fino a un certo punto in quel contesto.
    Sì, è verissimo, il destino tragico è legato alle esigenze di chi ha già deciso di non fare nulla per non annegare, in un certo senso, però è come se si sentisse, oltre che vecchio “macchiato” da questa cosa. Cioè, a parte il genere thriller molto ben affrontato, a me dà un po’ fastidio quando c’è “uno che ha peccato”, si è sporcato e quindi deve solo che andare a farsi benedire e il film gli dà ragione: “E’ vero, ti devi solo che andare a far ammazzare”. C’è un che di senso mistico, di delitto e castigo, sotterraneo che non mi piace molto. Non so se ho spiegato bene. Comunque le mie sono provocazioni, ci calco un po’ la mano apposta…🙂
    Però, capito, loro si mettono là e in base al genere che devono fare in base su chi devono fare colpo gli cambiano un po’ le caratteristiche, però di base i personaggi di sorrentino si somigliano tutti molto.

  3. Bellissima recensione, soprattutto per il riferimento a un Woody Allen minore ma ricco di significato.

    Toni Servillo è eccezionale nelle Conseguenze dell’Amore e il modo di fare cinema di Sorrentino è proprio quello che dici tu : virtuosismi alla regia, grandi attori in spolvero, attenzione ai sentimenti, alle sensazioni, alle problematiche però non con un fiume di parole (per fortuna) ma con un oceano di immagini, significative.

    • Sì, è un modo di fare molto diverso dal solito nostro standard italiano, e lo ammiro per questo, però, come per ogni cosa nuova e che funziona, c’è già l’ombra della schiera di imitatori alle porte, alcuni dei quali sono già usciti al cinema, e questo mi induce una tristezza infinita… Presto pubblicherò, sistemandola un po’, una mia vecchia recensione a riguardo di uno di questi imitatori di Sorrentino.
      Grazie mille per i complimenti!! E poi ricorda: woody non è mai minore😉 !

  4. Pero’ davvero…di transgender aveva poco!

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