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Her di Spike Jones: una mezza delusione

Her Spike Jonze preview recensione anteprima

Uscita nelle sale italiane: 13 marzo 2014

A metà tra le atmosfere sospese e futuristiche di Lost in traslation di Sofia Coppola e il narcisismo di Christopher Lambert in I love you di Ferreri che si innamora di un maschera-gadget a forma di volto femminile che ripete solo che lo ama, il nuovo film di Spike Jonze, Her, in concorso per il Festival Internazionale del Film di Roma non può purtroppo vantare grande originalità, nonostante gli entusiasmi iniziali della stampa. Si ha nel corso della visione l’impressione che le difficoltà riscontrate nella lunga gestazione del film lo abbiano inficiato in qualcosa: non è un caso forse che il famoso regista Soderbergh (che cura il montaggio dei propri film sotto pseudonimo) abbia aiutato a ridurre la durata della pellicola da due ore e mezza a novanta minuti.

Il problema principale di Her è che comincia, in modo discreto, con grandi ambizioni da film a tesi e prende nella seconda parte una sorta di deriva, tralasciando quasi del tutto qualsiasi tipo di distanza o punto di vista critico o ironico nei confronti del protagonista, verso il quale c’è anzi una certa indulgenza “furbetta” in vista di possibili e inevitabili identificazioni da parte del pubblico. Dalle premesse iniziali di indagine e analisi del fenomeno di innamoramento di un software e di una tecnologia che compiace il narcisismo di chi la possiede, si passa con nonchalance alla giustificazione indiscussa di tutto, con il pretesto che la storia narrata si allarghi improvvisamente a metafora di una ogni storia vissuta platonicamente.

Emergono molte somiglianze anche con The Zero Theorem, il nuovo film di Gillam: il tema della mancanza di comunicazione diretta nell’era delle telecomunicazioni è presente in entrambi ma Terry Gilliam non concede questi “sconti” a Qohen Leth/Christoph Waltz perché mostra la sua terribile solitudine di un uomo ha perso persino il desiderio di un contatto con i suoi simili, diventando egli stesso una specie di organismo artificiale. Mentre emerge in Qohen tutta la problematicità e nevroticità del disabituarsi ai rapporti umani, Spike Jonze con il suo Theodore/Joaquin Phoenix sorvola la questione quasi prendendola sotto gamba (grazie all’inserirsi del romanticismo e della spiritualità) pur essendo in teoria il tema del film, e pensando che sia sufficiente il suo essere “introverso e sensibile” a spiegare tutta la profondità e la psicologia di un personaggio del genere. Vediamo Theodore rifiutare il personaggio di Olivia Wilde in cambio di un illusorio rapporto con questa voce rassicurante, la quale, più che una vera entità con cui interagire, sembra anzi spesso il corrispettivo tecnologico de La cagna del già citato Marco Ferreri, un qualcosa che viene acceso a piacimento e al bisogno, quando ci si sente soli: tutto è abbastanza normale, niente di grave, anzi, si continua sulla stessa strada fino al limite e senza capire dove si voglia ben andare a parare.

In questo senso è inevitabile pensare che non si vada molto in profondità e che Her sia un film forse troppo ambizioso rispetto alle conclusioni e al risultato. Un’altra cosa che salta all’occhio è la contrapposizione perfetta, praticamente agli antipodi, tra l’approccio di Spike Jonze in Her e quello di Ben Stiller in I sogni segreti di Walter Mitty nei confronti dei difetti della nostra società contemporanea: il primo sembra buttarcisi a pesce in modo un po’ paravento, il secondo cerca di chiedersi perché e prendere la situazione in mano se c’è qualcosa che non va.

Nemmeno la regia sembra brillare particolarmente in quanto molto ancorata al concetto di “intimità” con il protagonista e con Samantha, motivo per cui primi e primissimi piani abbondano senza concedere molto allo stile. La vera nota positiva è l’interpretazione di Joaquin Phoenix, impeccabile e in parte come sempre. Nonostante i difetti conclamati, Her resta comunque un film nel complesso discreto, per lo più godibile come il confortevole mondo pastello che esso descrive.

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