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Magic in the Moonlight: Woody il prestigiatore

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Come ogni anno, torna Woody Allen a deliziarci regalandoci un nuovo film: già cominciare la visione con il suo amato tipico “carattere tipografico” troneggiante da sempre nei titoli è un’emozione. Magic in the Moonlight in particolare è poi una graziosissima “bomboniera”, da gustarsi in tutta tranquillità in tutto il suo splendore. Siamo di fronte ad un film che sprizza gusto da tutte le parti in ogni possibile scelta. Fotografia incantevole, costumi di una fattura e bellezza rare oggigiorno, inquadrature dalla composizione così perfetta da sembrare quadri.

Dopo la durezza di Blue Jasmine, il grande maestro newyorkese si lascia andare per un attimo concedendosi una storia all’insegna della leggerezza e ispirata alle screwball comedy degli anni Trenta e Quaranta, un contesto in cui il massimo problema della vita può anche esser quello di riuscire a comunicare e intendersi con uno spirito per nulla affine al proprio. Quali attori più adatti e retrò di Colin Firth e Emma Stone per lo scopo?

L’argomento ricorrente è uno di quelli cari da sempre ad un certo filone alleniano, ovvero se credere o meno ad aldilà, fenomeni metafisici, spiritici, etc. In particolare sul piatto della bilancia viene messa la tranquillità incosciente che può possono dare la credenza, l’irrazionalità, la magia versus il cinismo di chi passa la vita solo a smascherare credenze altrui e a chiudersi misantropicamente in camera propria. Il trucco per cercare di avvicinarsi alla felicità sta nel mezzo, ovvero di farsi guidare dall’irrazionalità almeno in ambito sentimentale, dove non c’è ragione che tenga.

Il vero peccato è che, nonostante tutto questo materiale bellissimo di cui è costituito Magic in the Moonlight, l’insieme non risulta sempre vitale ma al contrario leggermente scritto e costruito, soprattutto nel secondo atto, dando luogo ad un film a tratti tendente al manieristico. Rimane comunque in ogni caso un film da vedere, piacevole.

Estremamente interessante è il discorso metafilmico sotteso riguardo i trucchi magici e l’illusione scenica, che non possono che rimandare alla concezione di Woody Allen stesso del cinema come “trucco” per ingannare la paura della morte: Woody ha avuto ed ha la fortuna, vista la sua immensa bravura, di usare il cinema lavorando incostantemente ad un film dopo l’altro “costruendo illusioni”, mentre noi comuni mortali possiamo godere dell’aspetto del piacere visivo di questa illusione chiamata cinema e godere di un “elefante che scompare”, cosa che può restituire per un po’ senso e piacere alla vita, come fa Mickey Sachs/Allen in Hannah e le sue sorelle grazie alla sala cinematografica che proietta i Fratelli Marx. Insomma Allen mago e illusionista, noi pubblico in cerca di nuove illusioni di cui nutrirci.

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