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Oscar Miglior Sceneggiatura non originale: Paradiso amaro con George Clooney

Hawaii. Giorni nostri. Matt King (George Clooney), uomo in carriera, si ritrova solo con le figlie dopo che sua moglie Elizabeth è entrata in coma a causa di un incidente in barca. Già si tratterebbe di per sé di un compito non facile per un padre che è sempre stato assente, ma le cose si complicano ancora di più a causa di una decisione che gli spetta di diritto in merito alla vendita di un’ampia terra vergine, ereditata niente di meno che dall’ultima principessa indigena dell’isola (da qui il titolo originale: The Descendants). Ciò infatti gli comporta, nel momento del dolore massimo causato dalla notizia dell’irreversibilità del coma della moglie e della conseguente necessità del distacco della spina come lei avrebbe voluto, di avere anche a che fare con una serie di cugini al verde che vorrebbero vendere a tutti i costi la terra. Le due trame sembrerebbero diversissime e antitetiche ma, nel corso del film, le vedremo lentamente e abilmente congiungersi in un unico quadro in quanto intimamente collegate tra di loro. Dopo tutto, quella terra incontaminata, era proprio il paradiso dove sua moglie portava le figlie a campeggiare con lei quando loro avevano qualche problema. Già la terra in sé è il simbolo del materno e del femminino, poi in questo film in particolare, si va mischiando con i ricordi di lei, Elizabeth, una donna vulcanica e indomita proprio come la natura delle Hawaii, dove la storia è ambientata.

Diciamo pure che non è una novità assoluta (vedi Quarto Potere), ma di questi tempi è apprezzabile il fatto che questa donna, che non può parlare perché sulla via della fine, la conosciamo esclusivamente attraverso le persone che la conoscevano e nelle loro dichiarazioni, le idealizzazioni e denigrazioni. Sì, anche denigrazioni, anche cose negative! Di contro alla comoda morale corrente sinteticamente (d)enunciata da J. Lennon (“Tutti ti amano quando sei due metri sotto terra”), in questo film si pone il problema della difficoltà e impossibilità immediata di reprimere odio e rancori verso chi è in fin di vita perché che ci ha profondamente deluso/ferito quando era in vita. Sia Matt che la figlia Alexandra (ben interpretata da una promettente Shailene Woodley) hanno molti conflitti irrisolti con la misteriosa e multisfaccettata donna ora in coma, in particolare a causa della sua recente infedeltà coniugale. Quella che però potrebbe pagare di più le conseguenze di tutto questo è la figlia più piccola, che è un vero e proprio fenomeno in stile Sundance nella sua irreverenza, precocità e sincerità, tutti elementi che rendono difficile all’inizio la strada per papà Clooney, la cui interpretazione attoriale è davvero eccellente ed è già stata premiata con il Golden Globe e una nomination agli Oscar di quest’anno.

Il punto forte del film, oltre le ottime interpretazioni, sono indubbiamente i dialoghi, scritti estremamente bene, ironici al punto giusto che non si scade mai nel puro patetico, come facilmente avviene nelle altre commedie/tragedie che trattino di coma irreversibili e in generale di perdite in famiglia. Molto indie, forse anche un’anticchietta troppo, la colonna sonora, che contribuisce a dare uno stile “antilacrimoni” per la maggior parte del tempo. La seconda parte della pellicola è decisamente la più bella e meglio diretta dal regista Alexander Payne (A proposito di Schmidt, Sideways): il gruppetto costituito da Matt, le figlie e il ragazzo di Alexandra parte in una strana ricerca sulle tracce di questo amante della madre/moglie, forse per vendetta, forse per scoprire qualcosa in più su di lei e sulla sua vita. Il finale è molto incompiuto, di quelli come piacciono a me: tante domande ma nessuna risposta facile. Gli unici punti fermi restano i familiari strettissimi e il tentativo di farsi forza insieme. Molto agrodolce è il contrasto tra la dolorosità degli eventi e il vestiario locale sempre così allegro e pieno di fiori stampati che sanno di vacanziero, mentre il più profondo contrasto tra la morte e il paradiso che continua a essere paradiso nonostante un immenso dolore, lo definirei a dir poco poetico. La natura, anche se e quando la morte entra a volte nelle nostre vite, continua a essere meravigliosamente viva e splendida: in realtà questo è un contrasto solo in apparenza poiché la morte è prevista dalla natura stessa, la quale sa dunque come offrirci un po’ di amara consolazione… Tutto questo sempre che noi glielo permettiamo ovviamente, sempre se non si cede alla tentazione, nel tentativo di aumentare il proprio divino e beneamato benessere economico, di mercificare anche l’ultimo baluardo incontaminato della propria isola natìa e della propria storia.

6 commenti su “Oscar Miglior Sceneggiatura non originale: Paradiso amaro con George Clooney

  1. […] Avevo già detto, sul blog di un’amica che mi ha pubblicato la recensione, che la forza di Paradiso Amaro fosse proprio nella scrittura e poco dopo è stato premiato per questo… Ecco qui la nuovissima recensione di Paradiso Amaro. […]

  2. Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. Bellissima recensione😀 Sono contento che anche tu abbia apprezzato la leggerezza con cui la storia è narrata; non è da tutti avere un occhio così delicato e preciso come quello di Payne in “Paradiso Amaro”.

    Purtroppo, ad essere sincero, non concordo troppo sul fatto che la forza del film stia nella sceneggiatura; lo scritto è efficace, ma ciò che è davvero sopra la media è la bellezza dell’immagine, che in ogni primo piano, in ogni sequenza, in ogni campo lungo ti trasmette quella grigia sensazione che accompagna tutti coloro che sopravvivono ai propri cari, una sensazione di sconforto e desolazione che i protagonsti riescono a vincere stando tutti insieme, ricreando un legame che si era spezzato, sia fra di loro che con la natura circostante (ma forse non sono due cose separate “Una famiglia è come un arcipelago”). Quindi l’Oscar alla sceneggiatura l’ho percepito come un contentino, visto che film e regia erano già proprietà di “The Artist”, mentre io l’avrei assegnato alla solidissima opera di Sorkin e Zaillian per “L’Arte Di Vincere”.

    • Certo, soprattutto nella seconda parte la regia si fa più bella e armonizzante la figura umana con la natura però secondo me il premio per la miglior sceneggiatura non è affatto un contentino: è uno dei più bei premi in assoluto! Senza una buona sceneggiatura non c’è regia che tenga ed è vero anche d’altra parte che il premio pr la regia non è che The Artist lo meritasse particolarmente, ma forse nemmeno questo qui di Payne, perché purtroppo non è una regia particolarmente riconoscibile anche se molto ben fatta e gradevole. Io quest’anno il premio per la regia non l’avrei proprio dato… Sarà che ultimamente sto vedendo i vecchi oscar, come Lawrence D’Arabia, Dottor Zivago di David Lean e ho come una sindrome di Stendhal dopo di questi: il resto mi sembra tutto meno bello!

  4. cara Emerald,
    l’aspetto che più mi ha colpito di questo film è la difficoltà che i personaggi hanno di comunicare l’uno con l’altro. Mi ha fatto riflettere che il dialogo fra marito e moglie non sia mai presentato come costruttivo: o un marito parla con la moglie in stato vegetativo, o i due coniugi litigano (gli amici), o fanno finta di parlare ma in realtà mentono (l’amante Brian e la moglie). Non c’è un vero dialogo, e anche quello fra e figli non è immediato e consueto. A mio parere, trovo che questa difficoltà di comunicare sia la questione più interessante sollevata dal film, quella che lascia una domanda nella mente dello spettatore: possibile che per parlare bisogna aspettare l’ultimo istante di vita?

    • Cara Nicole,
      è una profonda e acuta riflessione quella che fai: trovo molto realistico come raramente ci si parli in faccia in questo film… Siamo abituati a film in cui ci si risponde sempre botta e risposta, diciamo invece che qui i botta e risposta, quando e se ci sono, non sono proprio i più felici: rinfacci continui, incomunicabilità, spesso tra familiari stretti è così, si sceglie più la via del gambero che cammina di lato che quella semplice… Però ho trovato bellissimo il finale (SPOILER) con loro tre sul divano che seguono la Marcia dei pinguini mangiando gelato… molto tenero!

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