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C’era una volta a New York: a James Gray piace classico

Recensione C'era una volta a New York The Immigrant James Gray

Uscita nelle sale italiane: 9 gennaio 2014

Reduce dalla selezione di Cannes 2013, C’era una volta a New York (in originale The Immigrant) è l’ultima fatica dell’eccellente regista newyorkese James Gray, che già si era fatto notare nei suoi precedenti film per l’innegabile bravura nel far rivivere e risplendere i generi classici americani. Anche stavolta ad accompagnarlo c’è l’immancabile Joaquin Phoenix (Bruno), attore di altissimo livello e di un estro difficilmente superabile, il quale si ritrova a duettare con una delle più brave attrici francesi e internazionali, Marion Cotillard, che nella sua interpretazione di Ewa si è probabilmente ispirata niente meno che al premio Oscar Meryl Streep in La scelta di Sophie.

C’era una volta a New York è una di quelle pellicole che provano a smitizzare il sogno americano, mettendoci davanti agli occhi le prospettive che mediamente una migrante straniera, senza particolare supporto familiare, si poteva ritrovare innanzi, al posto dell’american dream tanto desiderato in patria: si tratta di un vero e proprio affresco di grande realismo, ma al tempo stesso James Gray riesce a mediare con l’ideale, il mito e i generi dell’epoca (romance, gangster, thriller) grazie ad alcune sfumature melò che lo impreziosiscono ancora di più.

Possiamo affermare tranquillamente che, una volta tanto, il titolo italiano del film, non sia troppo fuori luogo dato che mette in evidenza la componente visiva indissolubilmente newyorkese della pellicola e della storia: Ellis Island è il temutissimo limbo attraverso cui sono realmente dovuti passare milioni di migranti, nella speranza di superare una “prova” dopo l’altra, da quella della salute a quella della parentela già presente in suolo americano: il pericolo del ritorno forzato in patria era sempre presente ed è la spada di damocle che sentiamo profondamente in tutto il corso di C’era una volta a New York, in particolare per Magda, la povera sorella malata di Ewa.

Possiamo affermare tranquillamente che, una volta tanto, il titolo italiano del film, non sia troppo fuori luogo dato che mette in evidenza la componente visiva indissolubilmente newyorkese della pellicola e della storia: Ellis Island, isola nei pressi di Manhattan, è il temutissimo limbo attraverso cui sono realmente dovuti passare milioni di migranti, nella speranza di superare una “prova” dopo l’altra, da quella della salute a quella della parentela già presente in suolo americano: il pericolo del ritorno forzato in patria era sempre presente ed è la spada di damocle che sentiamo profondamente in tutto il corso di C’era una volta a New York, in particolare per Magda, la povera sorella malata di Ewa. Poi c’è il Lower East Side con i suoi localini poco raccomandabili e Central Park, dove l’allibratore Bruno fa “rifugiare” le sue ragazze proponendole come figlie di un ricco magnate decaduto: New York è a tutti gli effetti una componente emotiva così importante nel film che se ne respira appunto ovunque la aria di potenziale mitica libertà, la quale stride in modo così dolente con i compromessi che invece la realtà sociale dell’epoca sembra portare inevitabilmente con sé.

Nonostante sia la prima volta che questo regista scrive un ruolo da protagonista per una donna, notiamo tutta la delicatezza e le sfumature nel personaggio di Ewa, la quale arriva a New York con tutte le sue ferme certezze e ne esce con una lezione di vita che non potrà che cambiarla profondamente, in particolare a proposito di Bruno/Phoenix, una persona per nulla per bene e che la sfrutta, ma che sembra l’unica che possa essere in grado al tempo stesso di aiutarla e salvarla, seppure nel modo più compromettente e infamante possibile. Il compromesso è il cuore palpitante delle tematiche di C’era una volta a New York, nonchè la presa di consapevolezza che, al contrario, tutto ciò che sembra una strada facile e miracolosa sia invece una sorta di magia illusoria che poco ha a che vedere con la realtà (come appunto gli spettacoli e le promesse di Orlando/Jeremy Renner). Ewa smette di credere ai miracoli e alla severa ripartizione tra persone malvagie e buone, come il suo background religioso invece le aveva insegnato.

C’era una volta a New York è, nonostante il budget non elevato per gli standard americani, uno dei film in costume più curati degli ultimi anni: bellissima ed evocativa fotografia (Darius Khondji), scenografie, ambientazioni, costumi sono praticamente impeccabili e l’effetto è quello di essere catapultati direttamente dentro gli anni 20, durante i quali il film è ambientato, gli stessi anni della giovenezza di Noodles nel capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America.

C’era una volta a New York è un film che ha in sé una decisa componente di classicità, che però non intende ostentare, ma al contrario valorizzare come mezzo espressivo e comunicativo cinematograficamente universale, atto a raccontare una storia-paradigma di presa di coscienza altrettanto universale.

4 commenti su “C’era una volta a New York: a James Gray piace classico

  1. tu che ne pensi dell’ ultimo Kechiche ? sto facendo una specie di sondaggio in giro un po per sondare gli animi.Io non l’ ho apprezzato un granché cioè mi è piaciuto ma no non lo definirei quel capolavoro definitivo che mette a tacere ogni possibile critica.Girato bene, interessante ma nulla di più…

    • Penso sia molto sopravvalutato e che quella di Cannes sia stata una mossa falsa: un film banale e di una freddezza che raramente si trova in giro. Lungo, ripetitivo, privo di ironia, sequenze inutili che non vogliono dire niente, mancanza di rispetto che traspare da uno stile registico praticamente sadico nei confronti delle attrici, le quali sono il vero unico pregio del film, bravissime. Se ci scrivo la recensione mi crocifiggono in piazza…

    • Comunque la questione andrebbe approfondita in più spazio per rendere al 100% l’idea del perché non ho apprezzato La vie d’Adele. Forse ci dovrò fare lo stesso un post a breve dato che è uno degli argomenti più discussi del 2013, magari lì se ne può discutere meglio

  2. hai ragione.anche io lo trovo estremamente sopravvalutato.indugia senza senso sulle cose, tempi morti lunghissimi,un insistenza ridondante e un po furbastra sulle scene di sesso…ma alla fine dopo 3 ore di supplizio (perché il film non è neanche così coinvolgente, anzi spesso nella seconda parte….) cosa ti rimane ? cosa ti porti a casa ? io nulla di nuovo…
    E se mi voglio vedere quello che molti chiamano il cinema-verità di Kechiche basta che vada indietro di qualche anno e mi recuperi quel capolavoro (o quasi) che era La Classe di Cantet. Tratta di altri temi, con un altra storia ma quello è realmente il racconto del reale al cinema…
    PS e siamo in davvero in pochi a pensarla così.proprio per questo te l’ ho chiesto poi….

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