
Il penoso titolo italiano che è stato dato a questo bel film di Truffaut già fa intuire una volontà screditativa e minimizzante nei suoi confronti e nei confronti dello stesso affrontare l’argomento: si sa che da noi i panni sporchi si lavano in famiglia, anzi si devono lavare in famiglia, per tradizione. Mica se ne parla al cinema o da qualsiasi altra parte (se non nel becero scandalistico modo del gossip). Al cinema non si deve far vedere la realtà, per carità di dio! Altrimenti poi potrebbe capitare, per puro caso intendo, che qualcuno faccia due più due e che metta in moto un pochino quella testolina che si ritrova… Quarto e penultimo episodio della celebre saga di Antoine Doinel, l’ex bambino dei Quattrocento colpi, un personaggio che nel corso della filmografia di Truffaut sarà protagonista di ben quattro film e un cortometraggio e che verrà interpretato, come una sorta di suo alterego, da uno degli attori preferiti dal grande regista, Jean-Pierre Léaud.

In questo film vediamo Antoine (Léaud) e Christine (Claude Jade) appena sposati, alle prese con le prime prove di convivenza in un unico appartamento e, di seguito, con l’arrivo di un bambino e delle sue conseguenze sulla coppia. Mentre Christine sembra avere nessun interesse se non quelli per il violino, di cui dà ripetizioni private, dando subito l’impressione di una piccola borghesina diligente, Antoine sembra da subito un po’ più fuori dagli schemi, con la sua volontà di reinventarsi di continuo e di non essere mai identico a se stesso. Nonostante i due debbano condividere sempre, in qualità di coppia ufficiale, lo stesso letto e lo stesso spazio, pare evidente come siano attratti anche da altre persone dell’altro sesso, anche se ciò non si può dire e bisogna fingere per convenzione che non esista nulla o nessuno oltre il loro piccolo mondo, a lungo andare un po’ asfittico. Come esemplifica molto bene la copertina, mentre lei si butterà a capofitto sull’icona del famoso ballerino russo (di cui appende addirittura, modalità santino, una foto sopra il letto), oltre che sulla cura del suo figlioletto maschio, Antoine comincerà invece a concentrare il suo interesse verso l’esotismo, ovvero verso una donna orientale.

Ma non è tutto oro quel che luccica, come non è detto che la soluzione di tutto per Antoine sia buttarsi totalmente ed esclusivamente su una figura femminile del tutto opposta a quella di Christine…

Vorrà forse suggerirci Truffaut che le cause dei tradimenti non sono da ricercare in casualità, sgarri o persona sbagliata/persona giusta da trovare, bensì che sono monotonia, convivenza ed esclusività forzata ad indebolire, e quasi uccidere, l’amore e il desiderio tra due persone?

L’intro ricorda inequivocabilmente un altro ottimo film del regista francese, L’uomo che amava le donne, mentre è molto perturbante e hitchcockiana la presenza dell’uomo sconosciuto che vaga per il loro condominio. Molto apprezzabile la scenetta finale, in cui la giovane coppia si ritrova esattamente nella stessa situazione dei più anziani vicini. Ancora più apprezzabili lo stile e la classica e incomparabile leggerezza di Truffaut nell’affrontare argomenti piuttosto spinosi.







allorizzonte
25 marzo 2012
Il tradimento potrebbe essere, a ben vedere, uno dei modi che ci sono dati per riscrivere o rileggere la realtà. Quello scarto, necessario, ad amare anche ciò che siamo abituati ad amare.
The Emerald Forest
25 marzo 2012
In un certo senso sì, ma nel senso che forse sarebbe da rivedere tutta la questione e lasciarla perdere questa stupida parola da ’800 vittoriano, soprattutto quella storia da paesotto chiamata “corna”. Tanto tutti tradiscono con la mente e anche con il fisico a volte, in un modo o nell’altro, quindi perché chiamarlo così quando è una regola più che un’eccezione?
allorizzonte
25 marzo 2012
Suscitare nuove parole è compito sempre necessario.
Io però alla parola ‘tradimento’ rimango grato. Va usata con cura, come ogni altra cosa.
The Emerald Forest
25 marzo 2012
Sì, forse sì. L’importante è che le cose siano chiare per tutti. Una società ipocrita non va da nessuna parte! Molto bello in questo senso il film La regola del gioco, di Renoir, te lo consiglio
allorizzonte
25 marzo 2012
Accolgo il suggerimento.
icittadiniprimaditutto
25 marzo 2012
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
matteo baudone
25 marzo 2012
un santino di nureyev… buffo…
The Emerald Forest
25 marzo 2012
Non è proprio un santino: è una foto che compra in edicola fingendo che gliel’abbiano regalata, però messa sopra la testata del letto sa proprio di figura sacrale, stile santino o madonnina
ironiaprimaditutto
25 marzo 2012
mi piace molto questa tua recensione e credo che vedrò presto il film.
La questione dei titoli tradotti (male, malissimo!) in italiano è un qualcosa che veramente non capisco, personalissimamente mi sembra un’ operazione finalizzata ad attrarre un pubblico vario (e ampio), che facendosi ingannare dal titolo esilarante-divertente-leggero si prepara per uno spettacolo poco impegnativo e all’insegna della risata e non del semplice sorriso o della eventuale riflessione…
vedi per esempio “se mi lasci ti cancello” e altri orrori del genere…
The Emerald Forest
25 marzo 2012
E’ un’operazione di marketing terribile che sfiora l’abominevole: tra l’altro a volte provocano pure perdite maggiori di una semplice traduzione del titolo originale…
Questo è un articolo bellissimo: ci sono dei titoli cambiati con amore dappertutto, è quasi comica la cosa… http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=special&idspe=218
vincenza63
27 marzo 2012
Grazie per la tua capacità descrittiva e attrattiva.
The Emerald Forest
28 marzo 2012
Troppo gentile, grazie mille, capacità attrattiva non me l’aveva mai detto nessuno finora…
Un saluto,
con affetto,
Emerald
vincenza63
28 marzo 2012
Io faccio spesso da apripista
Ciao Emerald,
Vicky