In Time: Un’intelligente metafora per il capitalismo occidentale

Pubblicato il 22 febbraio 2012

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Classica premessa delle mie: Questa volta vorrei dire qualcosa a quelli che affermano di non guardare film di fantascienza perché sono questioni che non riguardano la realtà. ERRORE: La fantascienza spesso e volentieri ci parla del nostro presente, solamente che questo presente viene proiettato in un futuro più o meno lontano/diverso affinché possa essere digerito meglio e non immediatamente rigettato con il tipico scudo del “questo film sta parlando della mia realtà e io so già di mio come è fatta”. Distinguiamo poi che effettivamente esiste un tipo di fantascienza che in pratica è un insieme di effetti speciali tanto inutili quanto costosi, ma precisiamo anche che esiste anche un altro tipo di fantascienza che di effetti speciali non abusa e che più che fantascienza (science fiction) dovrebbe essere chiamata semplicemente con il suo nome, ovvero distopia. La distopia è il contrario dell’utopia: è un genere che attraverso l’iperbole di un mondo dove va davvero tutto male si tenta una critica costruttiva della nostra realtà, quella dove viviamo. Quindi ascoltiamola tutti, se possibile, perché ci parla molto da vicino e, davvero, non è meno etico andare a vedere un film distopico che un film-denuncia sui mali del terzo mondo.

Fin dalla nascita agli umani viene imposto sopra un braccio un timer che scatterà alla soglia dei venticinque anni: da quel momento in poi si ha un anno di vita a meno che non si aggiunga ad esso altro tempo, il quale si ottiene lavorando, oppure rubandolo agli altri o ereditandolo dalla famiglia. Il problema è che la maggior parte delle persone, specialmente nelle zone periferiche, vive con solamente un giorno di vita a disposizione sull’orologio, a causa di debiti pregressi: se non lavori tutto il tempo o quasi non puoi ricevere le ore necessarie per poter pagare le bollette, comprare da mangiare e, metti che l’orologio si azzeri anche per un attimo operando uno di questi pagamenti (che di giorno in giorno aumentano sempre più), succede che è finita per sempre. Succede che muori. Nel centro della città invece, c’è gente che ha centinaia di anni a disposizione, anche migliaia: in pratica con quel tempo possono comprarsi tutto e sono dei veri e propri immortali, a meno che non gli capiti qualcosa di violento, quindi vivono iperprotetti nei loro quartieri e con quintali di bodyguard. Dimenticavo di dire che quando si attiva l’orologio, l’aspetto fisico della persona si fissa a venticinque anni e diventa quello per tutta la vita: quindi in pratica chi può permettersi il lusso di sopravvivere a lungo rimane giovane per sempre… Dunque non si può più distinguere una persona di venti anni da una di cinquanta a una di settanta nell’altà società (inevitabile riferimento alla piaga della chirurgia estetica).

Chi è la madre, chi la moglie, chi la figlia del riccone?

Ci sono moltissimi elementi comuni con un film cult di John Boorman che ho recensito un mese fa, in particolare la presenza di pochi immortali sempre giovani per far vivere i quali i più devono morire, l’inconsapevolezza dei più di ciò, l’eroe che prende consapevolezza e che cerca di sovvertire il sistema malato anche grazie all’aiuto di una compagna nemica che diventa amica e molte altre ancora. Che dite?

Io direi che lo schema pare proprio quello: ecco la recensione di questo sconosciuto film.

La fotografia di In Time è del direttore della fotografia dei fratelli Coen, Roger Deakins, ed è molto ricercata e variegata: particolarmente bella quella dell’evento in casa del miliardario di tempo, che potete osservare qua sopra nell’immagine sopra. L’idea e la sceneggiatura sono di altissimo livello. Il regista e scrittore è, pensate, lo sceneggiatore del magnifico Truman Show, già regista di Gattaca e Simon. Le sue idee sono sempre molto dispendiose, quindi difficili da realizzare oltre che già rischiose e abbastanza scomode per la loro grande aderenza alla “realtà”, a come funziona la realtà.

E’ molto evidente la metafora del tempo=denaro e molto intelligente la sua trasposizione, con i beni di consumo che costano sempre più “minuti” ogni giorno di più affinché la popolazione debba sempre pensare esclusivamente alla sopravvivenza e non possa pensare ad altro, che è proprio il primo ed ultimo obiettivo della nostra economia. Il malessere generalizzato di moltissimi all’insegna del benessere spropositato di pochissimi. Un film molto attuale e significativo dato che in Italia il 10% della popolazione possiede effettivamente circa metà delle ricchezze. I dati poi per quanto riguarda la distribuzione delle ricchezze nel mondo sono ancora più preoccupanti.

Olivia Wilde nel ruolo della "mamma" di Justin Timberlake

Molto interessanti la location in Los Angeles, la quale può offrire un’ampia gamma di quartieri diversissimi, cosa che si può ampiamente scoprire, oltre che andandoci fisicamente (magari…), anche come ho fatto io, grazie al pugno allo stomaco chiamato “Un giorno di ordinaria follia” con Michael Douglas, che mi piacerebbe recensire prima o poi. L’unica pecca del film sono purtroppo le interpretazioni dei due attori principali, non perfettamente convinti. Un po’ più convinta la “mamma” di Timberlake, Olivia Wilde. E’ chiaro però d’altra parte che, quando la tua scelta attoriale, per motivi di sceneggiatura, si deve ristringere a persone che dimostrino al massimo 25 anni e che siano comunque famose mondialmente, la questione si fa più dura… Ho pensato a vari attori sostitutivi, ma effettivamente si stanno facendo tutti un po’ vecchiotti, escluso ovviamente, potete rinfrescare qui la memoria in proposito, l’evergreen Leonardo Di Caprio!

Estremamente significative le immagini finali. Finalmente ogni tanto un finale non punitivo… Mi ha molto ricordato questo bellissimo discorso di Silvano Agosti:

Voto:

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Pubblicato in: cinema, cinema americano