A.C.A.B. : una botta al cerchio e una alle botte

Pubblicato il 30 gennaio 2012

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Nigro, Giallini e Favino in A.C.A.B.

Roma. Quella Roma un po’ squallida delle periferie poco illuminate. Trucide come il famoso e violento 2008, in cui Alemanno vinse le elezioni perché i cittadini bramavano una maggiore sicurezza e, pensando di ottenerla, votarono a destra. In questo contesto operano le squadre speciali della celere, costituite da uomini che sono nati negli stessi degradati luoghi e che spesso condividono gli stessi ideali fascistoidi degli ultras, i quali, come obiettivo di vita, hanno quello di trucidare ogni domenica allo stadio qualche celerino, quando ci sono pochi extracomunitari in giro da linciare ovviamente…

Regia e montaggio non sono un granché: moltissime inquadrature, soprattutto dettagli, che danno più fastidio che altro…  Anche la fotografia non è troppo gradevole perché molto virata sul verde nelle molteplici notturne. Per quanto riguarda la scelta della musica, ho seri dubbi: la musica è quella che piace a loro, ai coatti, molto gasante. Immagino che l’obiettivo fosse di quello dello straniamento, ma non lo vedo del tutto riuscito e il pericolo dell’estetizzazione (invece che ripudio) della violenza da parte del pubblico può essere sempre in agguato. Ma forse questo discorso vale più che altro per i vari romanzi criminali e la mitizzazione di grandi fuorilegge galantuomini. Dopo tutto, l’odio dell’italiano medio verso l’ordine della polizia è così forte che il pericolo di mitizzazione della polizia celere è bassissimo e rasenta quasi lo zero… Credo quindi che il polverone che si è alzato all’alba dell’uscita di questo film sia piuttosto inutile: A.C.A.B. è un film senza eroi, molti luoghi comuni, ma di eroi non ce ne sono. Sarebbe giusto che non ce ne fossero nemmeno nei tanti Vallanzasca e film di Placido di eroi e miti, ma questo non succede purtroppo. Non sono d’accordo con l’opinione che certe cose non vadano mostrate al cinema: l’oscurantismo e la censura non ci fanno andare da nessuna parte. Quello che conta è come le storie vengono raccontate, in quale maniera, come sono caratterizzati i personaggi, e se si ha qualche scopo sotto, come quello del raddoppiamento dei guadagni tramite una facile mitizzazione atta a far sfogare un odio da quattro soldi (e di vecchia data) verso l’organizzazione statale, ma non è proprio il caso di A.C.A.B. Il film cerca di essere più obiettivo possibile e nella seconda parte, quella migliore, cerca di far capire quanto sia inutile sfogare tutto il proprio odio nei confronti della celere, i quali sì alcuni sono indubbiamente “bastardi”, ma in fin dei conti sono solo un anello, uno strumento, nella catena della repressione dell’odio e del malcontento generale.

L'orrenda locandina pare una pubblicità di vestiario da sci

Con il classico pretesto del novizio che deve essere iniziato al nuovo branco, la prima parte del film presenta il funzionamento della celere e di quelli lavorano nella squadra.  Soprattutto nella prima parte del film, montaggio e regia sono volutamente movimentati, pop, singhiozzanti con l’obiettivo di metterti nello stesso stato di agitazione-eccitazione dei protagonisti. Una cosa è chiara comunque: che picchiano di brutto. Di mazzate gratuite ne volano pure parecchie, in particolare da parte dello squallido personaggio di Favino (il fascista solo, duro e puro, senza famiglia, per cui la celere è tutto, e che si reprime solamente per la convenienza di non finire in tribunale), ma anche dal novizio, Spina, che è un ragazzo di una violenza inaudita. Sia lui che il celerino interpretato da Nigro sfogano le proprie frustrazioni familiari nel lavoro sporco del reparto mobile, mentre quello interpretato da Giallini, Mazinga, ormai è troppo vecchio per queste cose e sembrerebbe il personaggio più positivo. Credo che il suo sia proprio quello che dovrebbe smentire la famosa frase “All cops are bastard”, dato che non ha poster fascisti in casa, non ralla a buffo e si preoccupa molto del figlio, finito in loschi giri di skin-head neri. Di umiliare “extracomunitari che non rispettano la patria” come i colleghi più giovani non ne vuole più sapere. Il tutto però non è chiaro perché ci sono alcune incoerenze nello schema psicologico dei personaggi, che si somigliano abbastanza tutti. Tutti potrebbero dire quasi tutto, tutti quanti un po’ fanno i sadici un po’ fanno i furbi. Manca una caratterizzazione decisa e ponderata. Analizzando tutti questi caratteri mi verrebbe da dire che la parabola generale della vita da celerino, secondo gli autori, consiste nell’entrare nella celere per sfogare un odio che non si capisce da dove venga, nella speranza che esso si plachi.

Scena girata davanti Stazione Termini

Poi se i problemi si cerca di risolverli (Mazinga-Giallini) già si è un passo avanti, mentre se ci si crogiola nella propria solitudine narcisistica come fa Cobra-Favino c’è ben poco da sperare… Anche perché il murales da lui dipinto (con i celerini mezzi nudi vestiti in stile 300) farebbe ben pensare più che a una latenza omosessuale a una realtà di fatto.

Con la convinzione che bene o male gli autori avessero capito, anche se non ci tenevano particolarmente a sottolinearlo, che l’aggressività è causata da frustrazioni di vario tipo tra cui quelle provocate dalle situazioni socio-familiari e ambientali pessime dei protagonisti, dato che ciò è stato mostrato nel film (o forse tutto ciò è solo frutto del libro di Bonini da cui il film è stato tratto?), mi accingo ad ascoltare un’intervista del regista, Stefano Sollima, a Coming Soon TV,  che invece parla sommariamente di:

1)odio che non si sa da dove venga;

2)riferendosi ai gruppi degli ultras, degli skin-head etc, parla di clan che si scontrano tra di loro…

Ma davvero ancora regna questo concetto per cui gli “istinti aggressivi e naturali” dell’uomo hanno sfogo nella giungla metropolitana?

Ma che stiamo in “Guerrieri della notte”?

Con tutto il rispetto per questo storico cult degli anni ’80, mi permetto di dissentire… Considerare un cittadino di una metropoli come un qualcosa di “dipendente dalla natura” è un errore di una banalità sconcertante. Noi non siamo affatto persone “naturali”. Se siamo violenti non lo è certo per natura ma per un miliardo di altre cose che subiamo, per le frustrazioni, le insoddisfazioni che reprimiamo giorno per giorno. La violenza non è connaturata nell’uomo.