L’industriale: il cinema di qualità made in Italy

Pubblicato il 18 gennaio 2012

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Scena noir da L'industriale con Pierfrancesco Favino

Questa non è la storia di un industriale buono che cerca di salvare baracca e burattini ai tempi della crisi, come si potrebbe erroneamente pensare. E’ la storia di un uomo che rischia di perdere tutto quello che ha costruito. Negli ultimi giorni che lo separano dal momento in cui sarà dichiarato ufficialmente il fallimento della sua fabbrica, Nicola Ranieri (interpretato da un perfettamente in parte Pierfrancesco Favino) si ritrova a giocare il tutto per il tutto anche con la moglie Laura (una bravissima Carolina Crescentini). Un film molto attuale, e vero, sorprendente nei suoi sviluppi inaspettati.

La prima verità, anche se non è un segreto di fatima, è che le banche i prestiti li fanno solo a chi i soldi ce li ha già: anche se produce pannelli solari nobilissimi per il basso impatto ambientale, una fabbrica che negli ultimi anni ha prodotto di meno non ha diritto a nessun prestito, a meno che non si accettino condizioni tali che hanno tutte le caratteristiche dello strozzinaggio, se non peggio. L’alternativa: accettare l’odiosa e ricca suocera come garante del prestito (e quindi far dipendere dai suoi umori la vita della fabbrica) oppure mandare direttamente a casa 70 famiglie, anche quegli operai che lavorano da quarant’anni in ditta e che ormai sono come genitori, in mancanza del defunto padre che tutto quel microcosmo l’ha costruito. Ma Nicola non ci sta. Nicola non ci sta nemmeno che la moglie Laura si stia allontanando ogni giorno di più da lui e cerca una soluzione anche a questo, dapprima cercandola ripetutamente, infine, in mancanza di risposte e sempre più pieno di indizi e sospetti, ha inizio un pedinamento che farà prendere pieghe noir inaspettate.

Carolina Crescentini ne L'industriale

La pellicola, nonostante e anzi forse proprio perché diretta dall’ottantunenne Montaldo, non fa una piega: scrittura e regia mantengono uno stile impeccabile per tutta la vicenda, come impeccabile appare sempre l’alta borghesia. Intelligente il montaggio e molto fine il finale, in questo mondo di ricchi che vorrebbe essere patinato ma che più che altro risulta dei toni del grigio. La fotografia desaturata infatti avvolge Torino in una bruma ancora più grigia, che stacca benissimo con le architetture molto geometriche e le piazze della città, quasi come se anch’essa risentisse di una crisi della comunicazione umana, non solo economica.                                               La crisi allontana più che avvicinare, come del resto fanno la maggior parte dei problemi che inondano e intossicano le relazioni.

Se solo si fosse comunicato di più, forse la vicenda avrebbe potuto prendere un’altra piega. La crisi infatti qui si sente come si sente ai piani alti, un sottofondo di voci e rumori continuo: le manifestazioni, i sit-in che durano da mesi, i mendicanti, come a ricordare sempre al protagonista la sua posizione di privilegio, di lontananza ma anche di responsabilità diretta nel cercare di risolvere i problemi della crisi.

Montaldo, il regista, spiega cosa fare agli attori sul set

Un film tenuto e teso ma per niente tragico o patetico, anzi dotato di una discreta dose di ironia in particolare nella parte dei giapponesi, ma anche in diverse battute, e nella recitazione degli attori in generale. Unica pecca: alcuni attori comprimari non proprio eccellenti e credibili, come la madre di Laura e il banchiere.

Ps: Non voglio farvi una testa tanta quindi sarò breve. Lo so che spesso il nostro cinema è un tasto dolente e che ci delude spesso in vari aspetti, con il suo attaccamento verace al neo-neorealismo di drammone trucido a tutti i costi oppure commediaccia volgare e stupida, ma quando si è di fronte a un cinema fatto bene e che fa anche riflettere e che oltre a far riflettere ti intrattiene e mantiene la tensione senza cali, credo che valga la pena pagare il prezzo del biglietto anche per un film italiano. Quando un film italiano sembra bello e poi è davvero bello, il film dovrebbe essere premiato dal pubblico tramite il passaparola, andandolo a vedere e invitando altri amici ad andare al cinema a vederlo dopo di noi. Il giudizio delle persone di cui abbiamo fiducia ha grande valore.

Se non andate a vedere il cinema italiano di qualità, questo per sempre vi toccherà

Il cinema non è la sorellastra fuma-canne e fannullona di cenerentola rispetto alle altre industrie italiane. Anche il cinema è un industria, anche se in tv non se ne parla (anche perché loro campano meglio quando il cinema va male), e se l’industria cinema va bene anche il nostro paese ne trae vantaggio economico, tradotto sossoldi! Se l’industria italiana del cinema invece va sempre male (a parte i soliti noti), anche quando meriterebbe di andare bene, è come se indirettamente state mandando a casa le persone che ci lavorano (e con esse le loro famiglie) che non avranno più la possibilità di lavorarci in futuro, perché si investiranno sempre meno soldi su di esso, esattamente come accade per le altre industrie. Altrimenti (in realtà è già in corso) è circolo vizioso senza fine: meno si va a vedere il cinema italiano di qualità e il cinema italiano degli esordienti (che non conosci e quindi potrebbe essere di qualità), meno lo si premia, meno soldi si investiranno in esso e più sarete costretti a vedere solamente le solite pagliacciate casarecce a base di f e petomani, le uniche sicurezze su cui i produttori investiranno, e quelli sono davvero soldi regalati e buttati al secchio perché tanto di queste cose se ne vedono già in tv a palate!

pps: Ah, dimenticavo che siccome è il pubblico a decidere e dare le dritte, se non andate al cinema a vedere i film italiani belli ci avrete tutti irrimediabilmente sulla coscienza!

ppps: Scherzo, eh!

pppps: …fino a un certo punto…

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