C’eravamo tanto amati: credevamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi

Pubblicato il 9 gennaio 2012

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Stefania Sandrelli, Vittorio Gassman e Nino Manfredi

Tre amici: Antonio (N. Manfredi), Gianni (V. Gassman) e Nicola (S. Satta Flores). Diversissimi, si sono conosciuti e uniti durante la resistenza, combattendo fianco a fianco contro i tedeschi. A fine guerra si perdono di vista ma si incontrano casualmente diverse volte nel corso degli anni, ognuno con i suoi cambiamenti, desideri e paure. Luciana (S. Sandrelli), più giovane e ingenua, sarà l’elemento catalizzatore dei tre, muovendo le fila della storia, per certi versi. Ognuno di loro ha le proprie peculiarità: senza entrare nei particolari dell’intreccio, i personaggi sono veri, reali e, rivedendo il film, ancora non mi capacito di quanto neanche una singola battuta sia buttata lì a casaccio, nel senso che è abitudine odierna che in un film siano incluse una serie di battute che devi solo dimenticare e andare avanti con la storia per inerzia. Qui questo non succede. Tutti, e quando dico tutti, intendo proprio tutti, i dialoghi sono significativi, o divertenti, o semplicemente perfetti, o tutte e tre le cose insieme. Fa da sfondo bella e nostalgica la colonna sonora ad opera di Trovajoli, che potete ascoltare qui sotto durante la lettura:

Alla sceneggiatura di Age-Scarpelli-Scola non si può dire proprio niente, tanto più che essa ripercorre, in contemporanea alle vicende dei protagonisti e tramite di esse, la storia italiana dal 1945 al 1974: il referendum tra monarchia e repubblica, le prime elezioni repubblicane, il boom e gli imprenditori di pochi scrupoli, il referendum sul divorzio. E con il tempo della storia cambia anche il colore del film: dal color seppia delle scene della resistenza al bianco/nero del dopoguerra, al colore negli anni Sessanta e Settanta. Gli autori ci regalano anche scene surreali di alto livello, fatte di poesia e amare verità, come questa con la bellissima Giovanna Ralli che interpreta la moglie di Gianni:

Ci sono camei d’eccezione quali Fellini e Mastroianni, mentre Aldo Fabrizi ha uno spassoso ruolo da comprimario a fianco di Gassman nel ruolo di un imprenditore ex fascista vecchio stampo. Oltre che film di costume, storico e sulle relazioni, è anche un film gustosamente metacinematografico. Qua sotto potete vedere la scena delle riprese de La dolce vita.

La scena delle riprese de La Dolce vita con Fellini e Mastroianni

Altra particolarità del film in questa direzione è l’abbattimento, a momenti, della cosiddetta quarta parete*: i personaggi ci parlano direttamente, flirtano e scherzano con noi sui momenti che stanno vivendo. In altri momenti il mondo intorno a loro si ferma e possono liberamente esternare le loro impressioni, riflessioni sulle svolte della loro vita, dopodiché riprendono naturalmente ciò che stavano facendo senza minare la veridicità della narrazione:

Altra scena geniale e molto metacinematografica, e priva di ogni pesantezza, è quella in cui mentre Manfredi e Sandrelli guardano un film, i personaggi nello schermo parlano con le loro voci della loro relazione. Potete vederlo alla fine della clip qui sotto:

Un accenno va fatto anche al sapiente montaggio: il film inizia e finisce con una scena dinnanzi a una grande villa con piscina, che è il simbolo degli ideali rinnegati di Gianni, da onesto e incorruttibile avvocato a borghese arricchito dell’Olgiata. Nicola invece è un intellettuale idealista, che combina ben poco nella sua vita, si fa pizzicare, come mezza Italia e più, dalla mania dei quiz, ed è appassionato di neorealismo. Antonio è un eterno portantino dell’ospedale, mai salito di grado perché comunista: le ultime parole sono le sue, alla vista della villa di Gianni: “boh”. E’ un film che ci pone molte domande sulle generazioni passate, ma che non vuole darci facili risposte e interpretazioni già preconfezionate. Rimane solo una paroletta di dubbio, la conclusione spetta a noi. Credo che i film più intelligenti facciano così, un po’ come il recente film Una separazione, che di continuo ti mette in posizione di giudicare l’operato dei protagonisti, in modo imparziale.

*Di norma agli attori è vietato guardare in camera e quindi, indirettamente, di guardarci, per questo è come se ci fosse una parete invisibile che ci separa da loro al cinema. Si chiama quarta perché altre due sono i lati dello schermo, mentre la terza sarebbe lo sfondo.

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