Carnage, ovvero la sottile linea rossa tra vittima e carnefice

Pubblicato il 8 gennaio 2012

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New York, due coppie, i Longstreet (J.Foster e J.Really) e i Cowan (K.Wislet e C. Waltz) si riuniscono in seguito a una lite al parco tra i loro rispettivi figli. Pare che il figlio della prima coppia sia rimasto ferito al volto, colpito con un bastone dal figlio della seconda. L’obiettivo, almeno in teoria e in partenza, sarebbe quello di porre fine pacificamente alla questione, da persone civili, o presunte tali o più semplicemente dotate di un discreto livello sociale e economico da difendere. I bambini non sono ammessi alla riunione e poi, detto francamente, possono dire cose sconvenienti, di cui vergognarsi davanti gli altri. Meglio tenerli lontani dalle ”cose da grandi”! Peccato che lentamente, ma nemmeno troppo, la maschera di civiltà che ognuno portava si va sgretolando, anche in seguito agli effetti di alcool e della obbligata permanenza insieme in un unico ambiente, un appartamento, dove è interamente ambientato il film, escluse la scena iniziale e finale, di cui parlerò alla fine. Primo argomento squisitamente polanskiano è appunto mostrare quanto sia falso che violenza, caos e perversione vengano rigorosamente dall’esterno (dal parco, dalle bande, dalla strada) quando invece all’interno dell’appartamento (che in teoria dovrebbe essere il paradiso della civiltà) succede di tutto e di più: dal vomito ai cellulari lanciati nell’acqua, i corpi non più composti sui divani ma sbracati a terra. Persa la censura iniziale e potentissima del loro super-io, la parola è libera e lo sono anche il gesto, lo sberleffo, l’insulto, come dei bambini appunto. Il tema del conflitto interno/esterno è alla base sia di Repulsion che de L’inquilino del terzo piano: più si tagliano i ponti con l’esterno, più le nevrosi si sommano verso la psicosi pura e la follia.

Non parliamo poi se si tratta di una coppia che si isola, come in Luna di fiele. In quel caso il passo verso il farsi male a vicenda è ancora peggiore e può essere un gioco all’inizio divertente per variare la routine quotidiana ma mano a mano si fa più pericoloso.

E se a isolarsi in un interno le coppie sono due? La questione su cui le due coppie tanto per bene, i Longstreet un po’ più radical-chic, i Cowan più medio-borghesi, perdono le staffe è un’altra di quelle scottanti, che caratterizza tutta la filmografia di Polanski. Sto parlando della pretesa, che probabilmente cela anche un nascosto piacere, di giudicare in maniera manichea, con conseguente bipartizione tra buoni e cattivi, tra vittima e carnefice degna di un re salomone. Il tutto ovviamente partendo dagli effetti e non da cause e sviluppi, senza capire i perché, ma ragionando a conti fatti e in base all’ottica del più debole all’apparenza. Questo modo di fare, diffusissimo, viene incarnato in particolare dal personaggio di Jody Foster, la nevrotica giustiziera e giuzialista per eccellenza. Alla donna infatti non passa minimamente per il cervello che il proprio figlio ferito (la vittima) possa invece anche avere torto e che aver provocato, con conseguente reazione e ricorso alla violenza da parte dell’altro, cosa che invece emerge nello sviluppo della storia. Eh, già: è dura ammettere che la violenza non nasce dalla cattiveria dell’uomo bensì è spesse volte provocata da azioni antecedenti o da una situazione disperata precedente. Altrettanto difficile ammettere che non esiste solo la violenza fisica ma anche quella psicologica che si esplica attraverso la parola quindi risulta invisibile e non direttamente dimostrabile, in mancanza di testimoni. Il tema centrale che sta a cuore a Polanski è volutamente tenuto sotto le righe: Carnage poteva osare di più e invece si mantiene in un registro piuttosto “polite” e “corretto” per gli standard dell’autore. Forse, è un po’ come se anche il personale stile di Polanski si fosse giocosamente imbevuto di “savoir fare”. O forse Polanski è semplicemente divenuto consapevole, con il tempo, che i suoi messaggi sono amari e affinché essi vengano digeriti senza rigetto dal pubblico devono essere un po’ allentati e criptati… A mio avviso siamo di fronte a un Polanski, sempre grande, ma decisamente edulcorato rispetto alla forza di capolavori precedenti. In ogni caso, intelligentissima la perla finale del film, che chiude ad anello il piano-sequenza iniziale, in cui i due bambini hanno già fatto pace e giocano nuovamente insieme, al contrario dei presunti civili ed educati genitori.

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