Le nevi del kilimangiaro: La nostra generazione ha fatto veramente schifo (?)

Pubblicato il 7 gennaio 2012

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Michel, non più molto giovane, si ritrova senza lavoro e lo stesso altri diciannove operai di un cantiere navale nel sud della Francia. Il colmo è che Michel è anche sindacalista e che è stato lui stesso, in un modo o nell’altro, a determinare ciò. Come dirlo alla propria moglie? E alla numerosa famiglia? Nessun problema: dopo tutto può godere della cassa integrazione e a breve andrà in pensione. Inoltre amici e parenti si sono prodigati in un regalo meraviglioso: un cofanetto pieno di banconote, ma soprattutto contenente due biglietti per un viaggio in Tanzania, alle pendici del Kilimangiaro. Una possibilità di evasione dopo una vita di lavoro, sacrifici, un ringraziamento per le lotte sindacali portate a termine, per i diritti ottenuti. Ben presto però i coniugi vengono derubati di tutto, proprio quando Michel si era abituato all’idea di partire. Un sogno in frantumi e tanta rabbia, che si trasformerà in senso di colpa quando il protagonista si renderà conto che il ladro che ha denunciato è uno dei diciannove operai di cui ha provocato il licenziamento: un giovane con due fratellini a carico, che con i soldi rubati ci ha pagato l’affitto arretrato e ci ha fatto la spesa. Tutto ciò stride fortemente con quanto un immaginario superficiale e giustizialista solitamente induca a pensare. Questa situazione induce Michel a mantenere un atteggiamento paternalistico nei confronti del ragazzo, che però ha tutt’altre parole per lui. Il ladro-operaio faceva parte anch’egli del sindacato, si chiama Christophe e, in poche parole, dà a Michel dell’incompente e obsoleto per le scelte operate, proponendogli valide alternative, ma soprattutto dandogli del “borghese”. Michel, ferito da quest’ultima provocazione, reagisce davvero come un “borghese piccolo piccolo”, ovvero con un ceffone.
Nonostante si alternino momenti di forte tensione e momenti di distensione, le analogie con “Un borghese piccolo piccolo” sono più d’una. In entrambi i casi abbiamo uno scontro generazionale: un giovane contro un anziano, due mondi a confronto che sono il fulcro di due epoche che si danno il cambio. I “vecchi”, ovvero sia Michel, nel suddetto film, che Alberto Sordi nel Borghese mettono a punto indagini fai-da-te dopo il torto subito, un atto che denota sfiducia nella giustizia istituzionale e che risulta incoerente con l’etica di un’intera vita. Nel tragico e denunciatorio film di Monicelli addirittura si arriva a imporre autonomamente una pena, quale la tortura, al colpevole. In quel caso però non c’era in ballo solo una questione economica bensì la perdita di un figlio e la conseguente malattia della moglie.

Ne Le nevi del kilimangiaro una posizione simile viene sostenuta infatti dall’amico di Michel, la cui moglie è rimasta brutalmente sotto shock dalla rapina, alla quale erano presente e che sembra averle provocato un brutto colpo nervoso. Michel invece, giunto a conclusione che la sua personale perdita è di gran lunga inferiore alle conseguenze che la sua denuncia ha irrimediabilmente comportato sia sul giovane (anni e anni di carcere) sia sui fratellini di lui (che non si sa a che destino andranno incontro), ripudia ogni traccia di vendetta personale. La linea del gioco tra carnefice e vittima pare essere insomma più sottile di quanto sembra, come ci insegna anche Polanski in Carnage e ne Il coltello nell’acqua. Tra l’altro Christopher si è fatto fregare da un complice, che ha guadagnato praticamente la maggior parte del malloppo: non un così grande criminale da mettere sulla gogna, in fin dei conti. Lentamente emerge il concetto che la colpa non sia nè del ragazzo nè di Michel, bensì di una società malata che pone le singole persone del tutto da sole dinnanzi a situazioni disperate e quasi senza via d’uscita. Apprezzabile e per niente semplice scelta di mostrare le cose quali frutto non di un’unica causa, o generazione malandata, bensì di più fattori, quali la famiglia, il contesto storico, la condizione economica. Un concetto tipicamente naturalista ma non per questo non attuale e veritiero: infatti la pellicola è liberamente ispirata al poema di Victor Hugo Les pauvres gens. Una serie di passaggi eccessivamente positivi e stile “take-it-easy” nello sviluppo del film, direi sicuramente di ascendenza romantica, mi sono parsi un po’ inverosimili, soprattutto se messi a confronto con un contesto, fotografia, dialoghi e recitazione estramente naturali e ben riusciti.  Le nevi del kilimangiaro sono una sorta di chimera irraggiungibile, anche se per un attimo più vicina, dal mare della Costa Azzurra e dalle aspettative di una coppia anziana, che si accontenta. Alla fine però il dramma, soprattutto quello sociale, di questo vive: qualcosa va bene, qualcosa va male, commedia e tragedia, si fondono nel tentativo di dipingere la vita, vera com’è.

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